venerdì 16 dicembre 2016

Dal rumore alla quiete... delle parole... SUPER POST (da leggere a puntate) - BUONE FESTE

Un tempo il Natale era: le palline colorate dell'albero, la raccolta del muschio per il presepe, le pozzanghere ghiacciate, i petardi, le stelline colorate, la messa di mezzanotte, le mattinate in chiesa o in pasticceria, la cioccolata calda con i savoiardi e la neve che non arrivava mai o era troppo poca. Il Natale era speranza. Ho sempre amato le candele, il fuoco, il freddo, l'odore della nebbia, le caldarroste e il profumo delle arance.
I film erano sempre gli stessi: La guerra dei bottoni, Il principe e il povero, Il piccolo Lord, Tutti assieme appassionatamente. 
I libri vicino al letto: Pattini d'argento e le fiabe di Andersen.


L'odore della nebbia penetrava nella sciarpa e si mescolava con la lana. 

- Nota di testa: incantevole essenza di aria gelida.
- Nota di cuore: tocco fiorito di detersivo profumato.
- Nota di fondo: fragranza morbida di asfalto e ghiaccio.


A Natale poteva accadere qualsiasi cosa: un prodigio/prestigio/miracolo/sogno. Ma, non arrivava. E forse, ancora oggi, sono lì che aspetto.



Premettendo che ho avuto altri anni nefasti, il 1986, il 1996, il 2006 e il 2016 sono stati particolarmente sfortunati. In questi giorni, saltellando su Facebook, ho compreso che il mondo non sta bene! Quest'anno, un po' come l'anno scorso, ho avuto a che fare con ospedali (parenti e sottoscritta), e  FB mi ha aiutata a spezzare il tempo, che talvolta è fin troppo abbondante. I libri da soli non bastano. 
Come sempre ringrazio Stefano. Quest'anno ci è capitato di tutto, c'est la vie!

Ti ringrazio per i viaggi: Lubiana, Bratislava, Vienna, Celje, Žiče, Tovo S. Giacomo, Final Borgo, Noli, Sarzana, Ameglia, Montemarcello, Manarola, Vernazza, Rio Maggiore, Cannes, Nizza, Monteccarlo, Mentone, Brignoles, Il dolmen di Brignoles, Menerbe, Arles, Saint Ramie, Glanum, Boires, Gordes, Javon, Roussilon, Saint Saturnine les apt, Moustiers Saint-Marie, Cavaillon, Grasse, Aix En Provence, Camargue, Saintes Marie de la Mer, Firenze, Merano e dintorni. 

Ti ringrazio per le gite, le mostre i musei e le fiere: Piazzola, Santorso, Valdagno, Brenzone, Padova, Venezia, Bolca, Villa di Beatrice d'Este a Baone, Cena con i fantasmi al Castello di Valbona, fiere del fumetto, fiera Abilmente, Meda, Rio Freddo, Sedico, Mel, Adria...



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Con il 2017 vorrei approfondire la vita di alcuni personaggi femminili come Chiara Varotari e Elizabeth Gaskell.

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Nel 2017 aprirò un negozio on line, ho già iniziato le pratiche.

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Sono in procinto di acquistare l'ennesima (SUPER) macchina fotografica per fare un ulteriore passo in avanti. Ho abbandonato i vecchi progetti "Volti femminili" e libro fotografico, torno alla natura e al silenzio. Probabilmente compro pure una Gopro e vado direttamente su Youtube. Mi evolvo.

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Sto scrivendo una sorta di saggio. Si aspetta.


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Dopo aver letto Natasa e i suoi spunti di lettura, mi sono regalata "Il pastore d'Islanda" di Gunnar Gunnarsson. Non l'ho ancora guardato, purtroppo leggo tanti post, riviste e saggi.

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Non mi fotografo più (non vi perdete niente), non faccio le migliaia di cose che facevo un tempo e sinceramente, visti gli ultimi anni, va bene così. Invidio sempre tutte quelle che leggono, scrivono, disegnano ecc. Ma, che vi devo dire? Anche ora, che sono a casa, ho sempre qualcosa da fare. Speriamo nel 2017.


Ci sono dei post che amo, un po' perché mi somigliano, un po' perché mi piace sognare.

Dal blog di Niv:

 ... siccome non hai un lavoro dipendente, te ne stai tutto il giorno a casa senza fare niente aspettando speranzosa che qualcuno ti dia un motivo per vivere, e cercano di "coinvolgerti" in soccorso delle loro necessità o progetti senza curarsi di chiederti se puoi o se hai tempo, con l'arroganza di chi si comporta come se il favore fosse fatto a te, dando per scontato che ti debba interessare come se loro fossero il centro del mondo e che non hai un tubo da fare. E' l'arroganza dei tempi moderni. Il mio problema è che faccio fatica a dire di no prima di realizzare mentalmente la maleducazione e il poco rispetto con cui è stata fatta la richiesta.


la Strega del passato andava a cercare le erbe, accarezzava la corteccia degli alberi e se era in gruppo danzava in cerchio per festeggiare l'armonia e la bellezza. Forse la mia testa è un po' antica, affezionata ad una certa visione ormai superata. Se penso alla Strega di allora mi vengono in mente gonne stropicciate, piedi scalzi, capelli al vento, in una full-immersion nella natura. A questo tendeva anche la strega moderna, per la quale non c'era la questione maschile-femminile, anche se con una propensione verso la Dea come Madre Creatrice del mondo, e la ricerca era sempre verso un equilibrio degli opposti, verso una riscoperta dell'aspetto selvaggio di se, e questo valeva per la strega in genere, che fosse sacerdotessa wicca-druida-avaloniana (di allora), erbaria, guaritrice ecc... e sapendo che per diventare una Strega con la S maiuscola ci voleva lo studio di una vita e forse non sarebbe bastato: è per onorare quella Strega che ho seguito certi corsi sulle erbe, i cristalli, le energie lunari e cosmiche ecc...eppure continuo a sentirmi un'eterna studente. Certo, non erano tutte rose e fiori, anche allora c'era l'esibizionista, la provocatrice, quella che cercava sempre la rissa, quella che riteneva di avere il sapere assoluto, e certi gruppi erano insopportabili. Anni fa, spinta dalla curiosità dato che avevo letto i loro libri, sono stata  ad alcuni seminari, tenuti dalle famose streghe sacerdotesse wiccan americane Starhawk e Phillis Curott: impensabilmente mi sono trovata davanti delle allegre e carismatiche burlone, persone alla mano, divertenti ma allo stesso tempo con tanta esperienza vera e seria di cui parlare e da condividere, persone che non giudicano, che prendono molto sul serio ciò che fanno ma molto meno sul serio se stesse. "Se non ti diverti, stai sbagliando qualcosa" diceva Phillis Curott.


Da un mio vecchio blog:

Sono agnostica, animista, qualche volta mi sono definita "pagana" altre volte "strega". Come altri, ho sfogliato testi e incontrato persone prima di capire chi fossi. Ma, forse non lo capiamo mai fino in fondo. Ho visto i mutamenti del web, e mi sono posta, qualche volta, in modo antipatico nei confronti di chi cambia opinione, come se l'opinione fosse una borsa o un paio di scarpe vecchie. Contrariamente a quanto si pensi non temo i cambiamenti, fanno parte della vita, ma sopra ogni cosa detesto l'incoerenza. E anche adesso mi sfugge il termine per spiegare quello che ho dentro. Non concepisco come una persona possa mangiare il pesto il giorno prima e quello dopo rifiutarlo, additandolo come cibo spazzatura.
Sono stata cattolica, anzi volevo fare la chierichetta, quando alle femmine era vietato! Parlavo con dio e credevo, e ci credevo sul serio, che vivesse all'interno del salice piangente vicino casa. Quando lo tagliarono piansi per giorni. A nove anni iniziai ad interessarmi di egittologia, mummificazione per l'esattezza, a dieci anni lessi un libro; "L'uomo preistorico" di James Collier, che ho ancora con me. Il testo è del 1974, fu scritto quando avevo appena due anni, e quello che più mi affascinava erano l'immagine della Venere di Willendorf e la frase di John Lewis sull'uomo di Neanderthal: "Esso può essere stato la fonte delle favole che parlano degli orchi, grandi mostri brutti e pelosi che si nascondevano nelle foreste e nelle caverne". Lì nacque il mio amore per l'archeologia e l'assoluto desiderio di trovare il divino, un posto all'interno di una religione. Col passare del tempo capii, e non dal giorno alla notte, che il cattolicesimo non faceva per me. Più leggevo e più imparavo che le religioni, qualsiasi religione, erano state scritte dall'uomo, con l'intento di soppiantare quelle venute prima. A dodici anni realizzai che nella tavola XI dell'epopea di Gilgamesh si parlava del diluvio universale: Utnapishtim ricevette un messaggio dal dio Ea che lo avvisava di un imminente diluvio. Utnapishtim portò in salvo la sua famiglia e tutte le specie di creature viventi su una dimora acquatica. Al settimo giorno, finito il diluvio, liberò prima una colomba, che tornò indietro, poi una rondine ed infine un corvo, che non rivide più. Utnapisthitm fece sbarcare la sua famiglia e offrì libagioni agli dei, i quali accorsero come api sul miele. La Dea Madre, in lacrime per la morte delle sue creature, accusò Enlil per la distruzione quasi completa dell'umanità. Enlil a sua volta adirato per la salvezza di una famiglia, placò la sua ira quando scoprì che c'era lo zampino del dio Ea ed infine benedisse l'eroe e la moglie concedendo loro la vita eterna.
A dodici anni ero convinta che la terra fosse un grande organismo e il mio credo si basa su una semplice costatazione: c'è qualcosa là fuori!
Sono Animista, in quanto è la religione più antica praticata dall'umanità, dove il divino e l'anima si incontrano nelle creature viventi, negli esseri inanimati e nei fenomeni naturali. Non si può cambiare il letto di un fiume senza conseguenze, non si possono sradicare alberi evitando di apportare cambiamenti al territorio (dai batteri alle frane, dall'ozono ai cambiamenti climatici).
A tredici anni mi avvicinai alla teoria di Gaia.
Agnostica lo sono diventata a quattordici, e come Protagora, bandito dagli ateniesi, potrei tranquillamente esclamare: "Intorno agli dei non ho alcuna possibilità di sapere né che sono né che non sono. Molti sono gli ostacoli che impediscono di sapere, sia l'oscurità dell'argomento sia la brevità della vita umana."
Una sete romantica mi condusse in territori incantati. Mi immedesimavo in Agatha Christie, pensando alle scoperte dell'archeologo Max Mallowan (suo marito). Da una parte leggevo Wells, Poe e Hoffmann, dall'altra contemplavo gli scritti di Thoureau. Un giorno mi gettavo tra le braccia di George Emerson (Camera con vista di Forster), un altro mi trovavo in Etiopia per il Santo Graal. Mia cugina, l'unica che capiva la mia sete, mi donò nel 1998 "I romanzi della tavola rotonda" di Jacques Boulanger e nel mentre mi organizzavo, tra il 1999 e il 2000, per una spedizione archeologica in Francia...

"Il destino di ogni uomo è personale solo perché può accadere che assomigli a ciò che è già nella sua memoria." Eduardo Mellera

Comprendo la "cerca" di Niviene, il suo viaggio spirituale. Ogni persona compie un balzo in avanti, si assume delle responsabilità, esercita il diritto di fare una scelta. L'uomo è fatto di esperienze, di letture, di incontri, perfino di film, mostre e giochi.



CREDERE

Quando si visitano antiche vestigia si percepisce il cuore sotto la corazza. E non importa se ci troviamo dinanzi a vecchie carcasse simili a scheletri di dinosauri, riusciamo ancora ad avvertirne il battito. Lento. Sentiamo l'aroma, il profumo inebriante o l'odore agre della storia.  Un passato impregnato di saccheggi, battaglie, cavalieri, anime erranti, reliquie, vite nei campi, malattie, carestie e leggende. Strati di patina celano la parte infantile della nostra coscienza, il gusto del magnifico... di quando il nostro pianeta era in balia di idre, sirene, draghi, grifoni e piante misteriose. Nonostante la storia ci abbia mostrato il lato oscuro dell'animo umano, la stessa storia ci ha donato racconti centellinati nei secoli, preziosi tasselli di una mappa scritta nel linguaggio universale dell'immaginazione. Laddove l'ignoranza segnò il fato di creature innocenti, le tradizioni donarono poemi, incanti, raffigurazioni magiche di altri mondi.
Per secoli non abbiamo fatto altro che ingigantire la mappa, nutrendoci delle nostre stesse fantasie, paure e speranze. Ed è la speranza che ha mosso l'animo di scultori, poeti, scrittori, pittori, ricamatrici, avventurieri e archeologi.
Provate a mettervi per un attimo nei panni di Howard Carter, se non fosse stata la fede a muovere i suoi passi non avrebbe scoperto la tomba di Tutankhamon.
Juan Ponce de Leon inciampò sulla Florida cercando la fonte dell'eterna giovinezza e ancora John Hanning Speke e Richard Frances Burton trovarono la città proibita di Harar.
L'immaginazione scorre ancora in alcuni scrittori contemporanei come Felix J. Palma, che nei suoi romanzi descrive personaggi realmente esistiti. Richard Adam Locke (uno dei tanti protagonisti de "La mappa del cielo" di Felix J. Palma), ad esempio, nel 1835 convinse  i lettori del The New York sun che la luna fosse abitata da unicorni, bisonti ed esseri con le ali. Edgar Allan Poe scrisse "Storia di Arthur Gordon Pym" e l'ispirazione gli nacque dopo aver letto i racconti dell'esploratore Jeramiah Reynolds, il quale asseriva che la terra fosse cava. Lo stesso Reynolds influenzò Melville per "Moby Dick", dopo aver narrato la storia sfortunata della balena Mocha Dick, abbattuta per la preziosa sostanza che il suo corpo racchiudeva: l'ambra grigia.
Tornando a Poe, prima di morire di "infiammazione cerebrale" invocò più volte il nome  Reynolds, e ad oggi nessuno sa a chi si riferisse. Felix J. Palma, nella sua folle passione per i personaggi "fantastici", ha fatto incontrare l'esploratore Reynolds e lo scrittore Poe, unendoli in uno dei più bei capitoli de "La mappa del cielo".
Sì, la fantasia, la fede, la speranza hanno scosso e cambiato la vita di molte persone. Se Bela Lugosi non avesse incontrato Ed Wood, Tim Burton ne avrebbe mai fatto un film? Se H. G. Wells non si fosse ammalato da ragazzino, avrebbe mai scritto di macchine del tempo, di uomini invisibili, di guerre dei mondi e di esperimenti su isole sperdute?
Salgari narrò di corsari e di paesi esotici senza aver mai viaggiato, eppure con la mente è andato dovunque. Ed è il dovunque che ha spinto Wolfram von Eschenbach a credere in una pietra magica, lapis exillis, conosciuta come Il santo Graal. E per secoli ci siamo inebriati di racconti arturiani, da Y Gododdin a La Storia dei re di Britannia, da Thomas Malory a Mark Twain, da Marion Zimmer Bradley a Terence Hanbury White.
Wagner compose "l'anello del Nibelungo" attingendo da un antico poema tedesco del XIII secolo e dall'Edda norreno. Ludovico II di Baviera, suggestionato da Wagner, fece erigere il Castello di Hohenschwangu, conosciuto oggi come il Castello di Neuschwanstein. Un palazzo fiabesco, mai terminato, che a sua volta influenzò le favole della Disney.
Abbiamo nuotato nelle onde della fantasia, ingigantendo miti rimasti sepolti  nelle trame del tempo. Alcuni di noi hanno creduto davvero alle fate, come nel caso di Sir Arthur Conan Doyle.
L'immaginazione è una continua evoluzione della mente umana, e se l'archeologo, lo studioso provano a capirne il comportamento, il movimento lineare dal punto Alfa al punto Omega, per alcuni non vedere il confine della mappa è motivo di sollievo. Non importa se Bram Stocker non mise mai piede in Romania, non importa se inventò Dracula leggendo le gesta di un principe valacco, il cui nome significava "diavolo" - dracul. E non importa se i vampiri rumeni si comportano in modo differente da quelli inglesi. No, non importa. E non importa se siamo abituati a vedere gli orchi e le fate nel modo in cui ce li ha fatti vedere Tolkien.
Talvolta è piacevole andare per musei e leggere il nome degli antichi abitanti, sembrano provenire dalle terre "di mezzo".
Non si può dar torto a coloro che pensano di essere discendenti dei cimbri, nonostante gli studiosi non sappiano con certezza cosa sia realmente accaduto. Gallio (comune montano sotto la provincia di Vicenza) in cimbro si pronuncia Ghél...
E oggi la mappa si sta assottigliando.
E non c'è nulla di male se alcuni credono nelle spezie, nell'odore della cannella, negli oggetti al sapore del "c'era una volta". In rete ci sono interi sezione comportamentali: cake design e/o shabby style. No, non c'è nulla di male, sempre che la fantasia non sia frutto di una mera ricerca estetica. Una candela profumata non sostituirà mai un cestino di paglia acciaccato colmo di fragole, e un mobile pseudo antico non vi porterà da nessuna parte senza immaginazione.
L'essenza stessa della mappa è CREDERE.

***

Kate chiuse gli occhi e tornò indietro con la memoria, a  quando con un dito sceglieva la meta dove avrebbe trascorso il pomeriggio: la cameretta, il cortile, la cantina, il giardino. Ad un tratto avvertì il tepore del sole, quel vento che segnava l'inizio dell'inverno. 
Con movimenti lenti e il viso tempestato di rughe, fece un bel respiro,  girò il mappamondo e, con lo stesso gesto di quando era bambina, scelse il suo ultimo viaggio: NUOVA ZELANDA.
Nonostante i figli e i nipoti cercassero di dissuaderla da quell'idea tanto assurda, Kate non si perse d'animo. Arrivò all'aeroporto di Gatwich alle 4 del mattino, e dopo due ore era già in volo verso Dubai. Sull'aereo non toccò cibo, e preferì guardare dal finestrino quella terra così lontana che l'aveva sempre protetta e accudita come una madre.
Una volta giunta all'aeroporto di Dubai International, attese altre sette ore per il prossimo volo, questa volta l'aspettava Melbourne.
Il tempo per Kate era importante quanto un francobollo per una lettera. Ancora una volta non si dette per vinta, gironzolò a lungo per i negozietti e scambiò quattro chiacchiere con i viaggiatori, che come lei transitavano negli aeroporti.
Sorseggiò una tazza di tè con una fetta di torta, in compagnia di una famigliola fracassona come il suono delle fanfare, ma a Kate non dispiaceva ed in fondo non ci sentiva più tanto bene.
Quattordici furono le ore per arrivare a Melbourne, e quattordici furono i compagni di quella avventura. Sì, Kate l'aveva contati, e per una volta si sentì appagata e sollevata di trovarsi in un luogo semi deserto. Dopo tanto tempo riuscì perfino a dormire. Sognò la tana di un coniglio bianco.
Una volta giunta all'aeroporto di Tullamarine, a Kate il tempo sembrò passare rapidamente, sebbene dovette attendere altre undici ore, tra attese e volo, per vedere Aukland.

Régine viveva in un piccolo e sperduto villaggio tra i boschi e sognava di raggiungere la leggendaria foresta di Broceliande, dove si narrava vivesse Merlino. Sì,  avrebbe voluto partecipare ad un grande avventura, fatta di prodigi, presagi e poteri soprannaturali.
Le ore erano scandite dal suono della campana, e quando Régine non era con la schiena piegata sui campi, aiutava la madre nelle faccende domestiche.
In quei primi giorni invernali gli abitanti pregavano o digiunavano per scongiurare il peggio. Persi nelle loro superstizioni, al calare delle tenebre si rifugiavano in casa, sbarrando porte e finestre.
Così Régine era costretta ad andare a letto presto; mangiava una sbobba di farro e miglio, scioglieva le trecce brune, illuminate da una flebile luce proveniente da una candela di sego, e si rannicchiava in un piccolo angolo del letto, condiviso dalla madre e dalla sorella maggiore.
In una notte buia e tempestosa le tre donne sentirono bussare alla porta, sulle prime, spaventate, si armarono di pentole e ramazza, poi la madre prese in mano la situazione e urlò con un groppo alla gola: "Chi è?"
Da fuori rispose una voce maschile: "Sono Laurent de Fougères... vi prego aiutatemi..."
Quando aprirono la porta trovarono un cavaliere in ginocchio. Lo aiutarono ad entrare e, dopo aver tolto la pesante armatura, gli posarono sulle spalle una vecchia coperta sgualcita. Un tozzo di pane e una zuppa di farro fecero tornare la lingua al giovane, che ringraziò tutte loro con le lacrime agli occhi. Dopo due giorni di riposo, Laurent de Fougères  fu pronto a raccontare cosa lo avesse spinto in quel villaggio dimenticato da Dio.
Vagava da settimane... partito dal sud della Francia, era rimasto senza cavallo e compagni per i molti nemici e briganti incontrati lungo il cammino. Ma, prima di arrivare al castello, voleva raggiungere a tutti i costi le foreste nascoste di Broceliande. Un'antica leggenda, infatti, raccontava di una fonte prodigiosa che avrebbe salvato il regno dalla pestilenza proveniente dal mare. Solo Régine credette a Laurent de Fougéres, e solo Régine tra le donne presenti avrebbe voluto accompagnare il giovane.
48 ore separavano Laurent dal suo destino, e 48 sarebbero stati i giorni più freddi dell'anno per il piccolo paese sperduto tra i boschi.
Quella notte Régine sognò una mano anziana sfiorare una piccola sfera trapuntata di strani paesi, una sorta di mappa circolare.

Simona cercò su internet le mete più disparate, quelle costose, impossibili da raggiungere. Talvolta sognava di poter viaggiare su uno di quei treni lussuosi dall'arredamento anni trenta. Quei treni che attraversavano lande desolate, insenature strettissime, canyon... quei treni che ti facevano capire quanto fosse bellissimo il mondo con le sue coste e i paesaggi mozzafiato.
Simona pensava a come sarebbe stato affascinante attraversare il fiume Kway o perdersi in un territorio innevato tra renne e case di ghiaccio.
Per schiarirsi le idee camminò per ore, attraversando strade e piazze, superando chiese e palazzi. Ed infine giunse al parco. Lì le foglie, come ogni anno, la sorpresero. Nonostante l'inverno fosse alle porte, i colori autunnali non erano del tutto spariti.
Un coniglietto bianco sbucò dalla tana e le fece l'occhiolino; spinta dalla curiosità lo immortalò in un angolo sicuro della memoria. TIC TAC.
Simona raccolse un po' di foglie: rosse, gialle ed arancioni. E dimenticò, sì, dimenticò il tempo e i fiumi che avrebbe potuto e voluto attraversare.
Due giorni separavano Simona dai suoi doveri, e due erano i desideri.
Quella notte sognò una ragazzina dalle lunghe trecce, che sognava, all'interno di una casetta illuminata da una candela, una signora anziana e il suo mappamondo.

Simona Emme

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... Si comincia con qualche sporadica voce a cui nessuno presta attenzione. Si fa finta di niente, perché la sua assenza era bella per tutti. Gli anziani provano a passeggiare lo stesso, le biciclette ad andare, e le braccia a farsi vedere di tanto in tanto. Ma le passeggiate sono più frettolose, chi pedala si trova tra i capelli una foglia ingiallita, e quando la butta in terra si rende conto che ce ne sono già altre cadute prima di lei. E così di colpo si capisce che il freddo è sulla via del ritorno. Allora le biciclette tornano in cantina, si riportano in casa le sedie, qualcuno accende la televisione agli anziani, e alla fermata del bus si ricomincia a guardare per terra. E' il ritorno del padre severo dopo mesi in viaggio d'affari. (...)
... Ci sono quelli che mettono gli anziani vicino al camino e poi li ritirano affumicati la sera; e ci sono quelli più freddolosi che si mettono addosso tutto quello che trovano per casa, e scompaiono sui divani sotto montagne di vestiti e coperte; ci sono quelli che tirano fuori un bicchiere prima di pranzo per sentire la vampata dell'alcol che incendia in un colpo la pancia; ci sono quelli che escono fuori - anche se la temperatura è vicina allo zero - solo per poter sentire la dolcezza del caldo al rientro; ci sono quelli che si attaccano al telefono e parlano piano, e vorrebbero solo parole d'amore; e ci sono le madri che portano i figli a scuola vestiti come esquimesi; e ci sono le nonne che quando i bambini piangono con le manine gelate gliele prendono tra le mani e gli alitano sopra finché non vedono sorrisi ancora rigati dal pianto. Poi ci sono quelli che si fermano sulle grate della metropolitana, per sentire il tepore arrugginito del sottosuolo, e quelli che in casa tengono il forno aperto anche dopo aver tirato fuori la torta, e quelli che si raccolgono intorno ad un piatto di castagne bollenti, e quelli che fanno più forte l'amore per riuscire almeno ogni tanto a sudare, e quelli che invece non lo fanno per niente perché s'infilano sotto le lenzuola con la tuta e i calzini.
Infine ci sono quelli che anche quando il padre severo è tornato non hanno paura di uscire. Li vedi camminare per strada, la sera, e per strada incrociano altri che come loro non hanno paura del freddo. Certe volte si spingono fin dove finisce la città. Altre volte prendono la macchina la mattina, quando il sole è appena uscito, e vanno in posti in cui non ci sono nemmeno più le case, ma solo i campi, le montagne con sopra la neve, e i laghi ghiacciati. Stanno seduti dentro le macchine e passano accanto a quello spazio e a quella luce gelata, e c'è un silenzio che non si ricordavano più. Lo sentono anche gli anziani messi davanti alle stufe, e i freddolosi sotto le montagne di coperte e vestiti, e gli uccelli emigrati, e gli animali nel nido, e i pesci che nuotano perplessi sotto uno strato di ghiaccio. Ecco: forse tra qualche mese il padre severo ripartirà e saremo tutti più contenti di quando era qui, pensano tutti. Però ora, davanti a quella luce che c'è sopra un lago gelato, e a quella prima neve sulle montagne, e a questo vento, sentiamo un piacere che contiene una punta di dolore. E se avremo freddo alle mani ci aliteremo sopra, e ogni volta ci sorprenderemo di tutto il calore che misteriosamente portiamo dentro.

Di Andrea Bajani (dalla rivista "Io Donna")

Mi scuso per gli errori, purtroppo scrivo sempre tanto e mi rileggo dopo giorno o ore (se mi rileggo)... Buone feste!

venerdì 11 novembre 2016

Shhhhh


Mi ero ripromessa tante cose. Si sono ammassate le une sulle altre, a ricordarmi che il tempo inganna. Scioglie.
Mi piacciono le stagioni. Scivolano nonostante tutto. Ed è il nonostante che fa la differenza.
A volte ci sorprendiamo delle nostre mancanze. Ci mancano le buone maniere, le sorprese, gli ideali. Mi ero ripromessa che avrei fotografato qualsiasi cosa, che avrei parlato di luoghi, che avrei sentito, ascoltato e rispettato "gli altri". E ancora una volta è accaduto di tutto: capriole, capitomboli, cadute e salti in aria. Sono sempre stata un'attrice dei propri drammi. Non nego una certa invidia per le altrui ispirazioni, serenità e sorrisi (pre)stampati sulla faccia. In fondo, amo che mi si dia della MISANTROPA, la parola stessa ha un pessimo suono. Distoglie l'attenzione dalle banalità. L'indifferenza è una cattiva abitudine. Mi annoia. 

Erto

Casso
Sapete, mi incuriosiscono le storie sugli spettri, fantasmi e cose del genere. Castelli infestati, contaminati da presenze non ben definite. In fondo, strizziamo l'occhio al passato per assicurarci un posto nel futuro. Al presente ci si pensa poco. 


Erto
Mi piacciono quei paesi arroccati sui monti. Odorano di funghi. Nel loro abbandono si cela l'inganno dell'uomo. Dimenticati, ignorati, sepolti sotto anni di progresso. Nella loro incuria celebriamo la nostra cultura, (ri)scoperta, economia. Un'orgia di sapere che si sposa malamente con noi, e fingiamo che non sia così. Altri tempi. E sugli altri tempi ci sarebbero tante cose da dire. Del resto, Wilde diceva che chi ama la campagna vive in città. Non nego la malinconia. Sì, amo crogiolarmi negli antichi saperi, di cui francamente so poco.


Contrà Pagani, Lessinia

Rio Freddo
Sorrido, ma non vi offendete, quando la GRANDE MADRE si nasconde dietro ad una candela, un libro vicino ad un fuoco o ad una pietra bucata, di cui non si conosce la provenienza. Culti ritrovati, adorati, trascritti in rete, come se l'essenza fosse qualcosa da spiegare. Ah sì, la storia. Bla bla bla, e ancora bla bla bla, nuovi intellettuali che si cimentano nel sapere e si vantano ovunque e in qualsiasi modo, perché c'è sempre quello/a che ne sa di più, e te lo deve dire. Probabilmente si finirà col vivere come uno di quei personaggi di Black Mirror.
E ho pure sperato in un mondo migliore, meno "fanatico" e alla moda. Io sono tra quelle che stimano Natasa  per la sua "cerca", Rossella per il suo cuore di ragno, Jessica per la sua allegria e Silvia perché credo, spiritualmente parlando, sia come me. Non ho le vostre certezze, non amo la parola "religione" e non voglio essere inserita in qualche categoria, lista, gruppo o/e fan club. Sono tra quelle che accendono una candela in chiesa, ma non vedono una messa da trenta anni, sono tra quelle che parlano con le divinità, ma non si sposano in chiesa. Ho studiato le religioni,  ho pure scritto un saggio. Non sentirete parlare del mio credo, giacché è PER ME un fatto intimo, privato e non secondario.



Attraverso le stagioni si compie un ciclo naturale. Colgo il battito rallentato del bosco. Respiro le venature delle foglie, le sento sbriciolarsi come patatine sotto i miei piedi. I colori dell'autunno ridipingono l'anima, e non necessitano di interpretazioni.





AUTUNNO

E' l'essenza stessa del colore, l'estasi della terra, il mormorare muto della corteccia. L'ultimo fuoco dell'anno. E' come se la natura, prima di addormentarsi, facesse un grande falò. Castagne, bacche, funghi. Elfi e fate... tutti in fila sotto gli alberi, per la cerimonia finale. E tra le foglie ci si sente colti da una particolare sensazione, sopraffatti da qualcosa di assolutamente perfetto. Lineare.
Le persone potrebbero camminarmi attraverso e  continuerei a percepire il momento della "caduta", il tempo che rallenta. E conserverò queste giornate in un angolo remoto della mente, come un dono, che io possa annusare, ascoltare, toccare, sentire e gustare in qualsiasi momento.
E' come se la natura avesse disegnato un grande cerchio. E qua o là metterò da parte queste sensazioni. Costringendomi ad una danza prolungata. Attrice e spettatrice della narrazione.


martedì 13 settembre 2016

La mia verità - sei settimane

Dal diario
Non tutte siamo nate con i cromosomi materni. Per tutta la vita sono scappata dal ruolo di madre, concedendomi il lusso di scegliere  quello di figlia. Ogni tanto ci pensavo, e ci penso: Che madre sarei? Non so cambiare un pannolino, non sopporto tutti quei discorsi sui dentini e pappette e non digerisco l’educazione moderna. Il ruolo da super donna non mi interessa, e francamente non mi si addice.  Se devo crescere un figlio, e se posso permettermelo, voglio concedermi tutto il tempo a disposizione. Lavorando, anche dodici ore al giorno, la vita scorre in fretta ed egoisticamente ho scelto di non avere figli, escludendo anche la minima possibilità che ciò potesse accadere.
Ora mi trovo a 44 anni incinta! E non vedo l’ora che siano passati i primi tre mesi. Questa ansia mi uccide.

***

Non sono una buona amica, sono una pessima zia e francamente non so se sarei stata una brava madre. Ho avuto sei settimane per pensarci.
Si nasce diversi, non lo si diventa. Non è qualcosa che si acquisisce o si insegna. Sono stata amata molto. Da poche persone. Non so cosa voglia dire circondarsi di amici, non amo i gruppi, non amo la competizione e trovo noioso il genere umano. Asociale è il mio secondo nome. In famiglia qualcuno ipotizza che abbia preso il carattere di mio nonno materno, il che è tutto un dire. Era un selvaggio! Convivo con i silenzi da una vita. Conosco e ho incontrato parecchia gente, sul lavoro ero professionale con i clienti. Mai una parola di troppo, mai uno sgarbo e con il  sorriso stampato a 32 denti (facendo conto che io abbia 32 denti). Le persone mi annoiano.
Ho appena perso la mia creatura, quindi se state pensando alle parole “le persone mi annoiano”, fatemi e fatevi un favore, sorridete! C’è di peggio.
Sono anarchica, come ha detto Silvia. Le compagnie mi stanno strette come uno slip che si infila dentro le natiche. Non amo il buonismo, le gatte morte, le finte amiche, la cattiveria gratuita, gli sfruttatori  e la maleducazione. Io, gli angoli li smusso da una vita…
A metà luglio ho scoperto di essere incinta. Alla mia età, dopo quello che mi avevano detto i medici, ho pensato ad un miracolo!
La mia esperienza sulle consulenze e la fertilità assistita è stata negativa. Ho incontrato dottori che mi hanno fatto perdere tempo, e altri, invece, che mi hanno dato fiducia. Per un figlio ho tolto un polipo e un fibroma,  trascorso mesi di attese ed esami. A maggio di quest’anno, dopo aver consultato due centri, ad un passo dalla IUI,  ho rinunciato. La mia vita era puntellata da percentuali: 45/50% di possibilità per fecondazione eterologa; 3% di possibilità per fecondazione omologa; 1% di possibilità per IUI. E ancora: 4 follicoli; ovaie in esaurimento; percentuali di portare a termine una gravidanza pari al 50%. Ancora: 1000 Euro per IUI; 4000,00/5000,00 Euro per fecondazione omologa; 10.000 Euro per fecondazione Eterologa; dai mille ai 2000,00 per tutte le consulenze ed esami. Ho incontrato medici, ed infermiere, che pensavano esclusivamente al vile danaro. La fecondazione eterologa è in voga, soprattutto alla mia età.
Alcune amiche, così si fanno chiamare, adorano raccontarti la loro esperienza negative, e ti ritrovi a prendere decisioni che difficilmente puoi condividere. Ho scelto di intraprendere la via naturale, e da ingenua pensavo che se fosse andata male l’avrei presa con filosofia. Purtroppo non mi conosco.
I primi giorni di gravidanza  li ho vissuti con una certa angoscia.

Non giudico la donna che arriva a 40, nel mio caso 44 anni (ho perso tanto tempo per medici incompetenti), e si ostina a volere a tutti costi un figlio,  ad ogni modo consiglio, data la mia esperienza, di pensarci prima. Dimostriamo meno anni, ciò nonostante invecchiamo ugualmente.
La vecchiaia mi sta stretta.
Nella vita sono inciampata più volte in medici incapaci: ci sono oculisti che ti fanno perdere diottrie, dentisti che non curano fistole ventennali, dermatologi che scambiano la pitiriasi rosea per orticaria, ed infine ginecologi che definiscono “epitelio bianco sottile” una neoplasia. La mia storia, se vogliamo, inizia da lì, dall’epitelio bianco sottile. Probabilmente, durante un rapporto sessuale, pur protetto, mi sono beccata a 27 anni i condilomi, facenti parti del papillomavirus umani. All’epoca li feci bruciare con il laser. A 35 anni, quindi 8 anni dopo, durante un pap test con colposcopia un ginecologo enfatizzò, senza darmi spiegazioni, la parola “neoplasia!”. In quel  frangente non conoscevo il significato del vocabolo, e, pur facendo domande, il dottore in questione esclamò: “Aspettiamo l’esito del test!”. Quando tornai a casa, cercai su internet “neoplasia” e impallidii: tumore. Al di là della mia ignoranza, alcuni medici sarebbero da fucilare.  Il test fu negativo, come quelli successivi, tuttavia non mi fermai alla prima diagnosi. Incontrai altri ginecologi i quali, visto il mio interesse –e i loro interessi -, mi fecero fare: esami del sangue, biopsie e test hpv del dna. L’epitelio bianco sottile è una sorta di lesione provocata dal papillomavirus, ma se gli esiti dei test sono negativi basta un pap test all’anno. Malgrado tutto, pur facendomi visitare da grandi luminari, nessuno si è mai sognato di fare un’ecografia transvaginale. Purtroppo la decisione di avere un figlio arrivò tardi, e quando andai dal medico prescelto, per esporre dubbi e perplessità, finalmente sbirciò lo stato di salute dei miei organi interni. Et voilà, oltre al solito polipetto, nell’utero affiorava un fibroma sottomucoso di un centimetro, fibroma per certi versi sottovalutato. In quel frangente non si affrontò il problema dell’età, anzi… Quel piccolo affarino poteva essere causa di aborto o infertilità. Come sempre, vista l’esitazione del mio ginecologo, cercai un altro parere.
Aprile 2015
Avevo da poco compiuto 43 anni, e finalmente incontrai, sempre a pagamento, un altro ginecologo. L’esperto di turno, che non volle nemmeno visitarmi, si limitò a guardare l’ecografia, fatta dal collega LUMINARE, e dichiarò: “Il fibroma è ENORME ed è la causa della sua infertilità, dovremo toglierlo in più riprese. L’operazione è delicata, indubbiamente farà male ai polmoni… Poi, potrà avere tutti i figli che vorrà!”. Lo guardai con aria perplessa, guardai l’ecografia e dichiarai: “Ne è sicuro? E’ solo un centimetro…”. A quel punto, preso in castagna, farfugliò qualcosa e mi invitò ad uscire. 102 Euro e un calcio nel sedere!
Maggio 2015
Matrimonio. Luna di miele.
Giugno 2015
Tornata dal viaggio, presi appuntamento con l’ennesima Autorità del settore. 250 Euro, 2 mesi di attesa. Che lavori in ospedale è un optional, il DOTTORE visita soltanto nel suo studio.
Agosto 2015
Ironia del destino, il ciclo arrivò in anticipo. Quando chiamai la segretaria per spostare l’appuntamento con l’ESPERTO , si ipotizzò una visita in ottobre.  Luminare o non luminare, telefonai all’ospedale per fissare un incontro con una ginecologa. A settembre finalmente incontrai un essere umano capace  di empatia.
Ottobre 2015
A fine ottobre affrontai un’isteroscopia operativa.  Dopo l’intervento il periodo di attesa per provare ad avere un figlio è di due mesi!
Febbraio 2016
A febbraio decisi di affrontare il problema fertilità, ormai avevo quasi 44 anni e nonostante le belle parole il bimbo non arrivava. Così, provai a fissare un appuntamento con la ginecologa che mi aveva operata:  la prima data utile sarebbe stata in aprile. Decisi allora di parlare con un esperto di procreazione assistita, e finalmente, dopo vari fraintendimenti con la segretaria, riuscii ad incontrarlo il giorno prima del mio compleanno.
Marzo 2016
Il 14 marzo, senza mio marito, incontrai il luminare che mi fece la solita visita ginecologica, con ECOGRAFIA TRANSVAGINALE, e mi espose due soluzioni:
-      la prima, FIVET (omologa), vista la mia età, sarebbe stata un fallimento. Più del 50% degli aborti spontanei oltre i 35 anni d’età è dovuto ad anomalie cromosomiche (trisomie autosomiche), l’incidenza delle quali aumenta con l’età della madre.
-      La seconda, fecondazione eterologa, ossia con ovocita di donatrice, mi avrebbe dato più chance.  La probabilità di gestazione per ciclo con trasferimento di embrioni da ovociti donati è superiore al 50%.
Il medico mi spiegò, dando per scontato che avrei scelto la fecondazione eterologa, come funzionava la procedura. Avrebbero valutato una donna con la mia struttura ossea, la mia altezza... Per qualche istante l’idea non mi sembrò eticamente perversa. Un figlio va amato a prescindere dai legami di sangue. Ad ogni modo, l’idea non piacque a mio marito, e, visto che fino a prova contraria un figlio lo si fa in due, decidemmo per la tecnica di procreazione assistita in vitreo.
 Aprile 2016
Il 4 aprile finalmente mio marito ed io tornammo dal ginecologo, il quale cercò di convincerci ad affrontare la fecondazione eterologa. Ci lasciò una parte degli esami da sostenere, un mese per pensare (giusto il tempo per leggere gli esiti delle prime analisi) e il listino prezzi.
Maggio 2016
Per alcuni test avevamo sprecato giorni di ovulazione, e per quanto faccia sorridere, alla mia età un mese equivale ad un anno di vita di un cane. Comunque, il bello doveva ancora arrivare, Stefano ed io eravamo convinti che avremmo affrontato la FIVET, fin tanto che non arrivò la spiacevole telefonata della segretaria, la quale ci informò che avremmo dovuto pagare un acconto per servizi, diciamolo, non ancora effettuati. Non solo, la signora in questione ci avvisò che avrei affrontato una PESANTISSIMA cura ormonale e che serviva, vista la lista farmacologica, la presenza di mio marito per la consegna del protocollo terapeutico. Avvenne così, per caso, che scoprii a cosa sarei andata incontro, senza, e lo sottolineo, alcuna spiegazione medica. Volli parlare personalmente con il GRANDE LUMINARE. Gli feci presente che non avevo ancora tutti gli esiti delle analisi, senza tante spiegazioni, questi rispose di non tergiversare! La fiducia verso quel centro calò all’istante e decisi, come ho sempre fatto, di sentire un’altra voce.
L’11 maggio incontrai una dottoressa specializzata di un centro specializzato, e anche qui le percentuali a mio favore,  e questa volta con gli esami in mano, erano bassissime. La FIVET e la IUI (inseminazione intrauterina) si distanziavano di qualche punto percentuale, la mia unica possibilità, a detta dell’esperta, era la fecondazione eterologa. Stefano ed io decidemmo di partire con la IUI, per poi passare eventualmente alla FIVET. In quel momento ero già sfiduciata. Per la sola consulenza: 152,00 Euro.
Il 18 maggio tornai dalla dottoressa per l’ennesima ecografia transvaginale e per iniziare il percorso IUI. Durante la visita l’esperta di turno sollevò ulteriori problematiche:
-   Avrei dovuto affrontare un esame delle tube, fino a quel momento non evidenziato;
-     Dopo la cura, se non fossi stata pronta, sarei andata in un altro centro, fuori città, per il prelievo del sangue, per ripresentarmi successivamente da lei in giornata. Ad ogni riscontro negativo la procedura andava ripetuta;
-   Durante l’ecografia fu evidenziato un fibroma sieroso di un centimetro, che destò in lei qualche dubbio.
Per farla breve, avrei iniziato il percorso IUI in luglio, dopo aver affrontato altri esami e cure, a quel punto mollai tutto! La mia rabbia e sfiducia erano dovute a:
-     Fino all’età di 42 anni non avevo fatto un’ecografia transvaginale, se qualcuno si fosse degnato di farmela prima, magari non avrei perso tempo…
-      I ginecologi mi spiegarono che il fibroma sottomucoso poteva essere motivo di infertilità, ma nessuno osò affrontare la questione “età”;
-     Tolto il fibroma venne fuori il problema dell’età.
-     I due centri specializzati erano interessati più al danaro che a spiegare, per filo e per segno, cosa avrei dovuto affrontare. Ancora oggi mi chiedo il motivo delle loro esitazioni. Ogni appuntamento mi costava come minimo un centinaio di Euro.
Luglio 2016
Dopo un paio di settimane trascorse tra Liguria e Francia scoprii di essere incinta.
2 agosto 2016
Sei settimane e 4 giorni, ossia settima settimana: l’embrione stava bene, battito regolare, ovaie e ormoni in ordine.
31 agosto 2016
Senza preavviso l’embrione non è mai diventato feto. Si è bloccato a 8 settimane scarse. Battito assente. Aborto interno.
5 settembre 2016
Raschiamento.

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Le donne

Durante l’isteroscopia e il raschiamento (revisione di cavità uterina) ho parlato con parecchie donne. L’universo femminile è una costellazione di storie finite male, di dolori, rinunce, sacrifici, strappi, violenze, sorrisi e tenerezze. Quando passi intere giornate in certi reparti respiri aria di gioia e sofferenza. Lì nascono bambini vivi e bambini morti. Si parla tanto di fertility day e  ci si dimentica di far parte dell’universo femminile. Trascuriamo che ci sono problematiche come fibromi grandi quanto pompelmi, tumori alle ovaie, ragazze di 34 anni costrette a sottoporsi a isterectomia, tube scoppiate per gravidanze extrauterine, prolassi dell’utero. In ospedale incontri un universo di mamme di bambini nati morti. E nessuna pacca sulla spalla. Si appartiene alla categoria del “vorrei ma non posso”. Le donne non sostengono le donne. Le donne fuori dall’universo ospedaliero si sopportano appena, madri contro non madri, donne contro donne. Si pensa al femminismo come un avanzamento di grado, di carriera, di qualche strana realizzazione. L’imitazione maschile è alle porte. Incapaci di empatia e di simpatia le donne offendono, attaccano, sbraitano, urlano. Basta una minigonna o uno spacco per offendere la femminista di turno, la quale non scende in piazza, ma si crea un’arena sui social. Da lì si ubriaca con le sue stesse parole. Qualunquismo e ignoranza. Non smetterò mai di dirlo, le persone mi annoiano. Mi annoia la donnetta che mostra una coscia o un occhio dipinto per sentirsi amata, ma ancor di più la donna che crede di aver combattuto in nome delle donne, senza scendere in piazza, senza aver ascoltato davvero un’altra donna, senza aver provato pietà, compassione, amore, amicizia. Non sopporto chi continua a strillare, chi si arroga il diritto di decidere cosa sia giusto o cosa sia sbagliato. Non sopporto le offese gratuite. Non sopporto le sapientone, coloro che vanno contro le donne cosiddette volgari soltanto perché sono state cornificate dai mariti o/e compagni. Le madri non insegnano ai figli, maschi e femmine, il rispetto della PROCREAZIONE, il rispetto per l’universo femminile. Se ci fosse una sola mamma che raccontasse al mondo cosa voglia dire CREARE, forse ci sarebbe più rispetto verso l’universo femminile. Un universo fatto di ormoni: ovaie, mestruazioni, gravidanza, talvolta aborti, menopausa. No, non si racconta mai. Ho incontrato donne bellissime, donne forti, più forti di me, donne pronte a tutto pur di mettere alla luce un figlio. Donne alle quali è stato tolto l’utero, donne a cui ho perfino spiegato, in ospedale, il bonus degli ottanta Euro. Spiegherei all’infinito quando trovo gentilezza e “amore”, soprattutto quando le donne vengono sfruttate dal mondo del lavoro, quando gli assistenti sociali se ne sbattono, i consulenti del lavoro si girano dall’altra parte, i sindacalisti fingono di non vedere, quando il mondo è stato, ed è, crudele con loro. Sì, la cornificazione è poca cosa, eppure la donnetta urla e sbraita contro le altre donne, mentre quella che è stata picchiata, che ha subito aborti e cesarei, che prende 500,00 Euro al mese, mi tira su il morale! Le hanno tolto l’utero, eppure mi accoglie. E io che posso darle? Soltanto qualche banalissima consulenza spicciola.
Ho passato sei settimane nella convinzione che sarei diventata madre. Sei settimane di attese, malumori. Sei settimane ormonali, fatte di sonno, spaventi, preoccupazioni e diciamolo poca voglia di fare. Avevo tutti i sintomi, perfino la pancetta, e sono “ciccia” di mio. Arrivata all’undicesima settimana pensavo di aver superato lo scoglio più grande, ed invece il mio fagiolino, durante l’ecografia, non si vedeva. Il medico mi ha fatto un’eco transvaginale, e lì ho capito! Ho passato cinque giorni di inferno prima del raschiamento. E ancora adesso, ad una settimana dall’ospedale preferisco la solitudine alle tante parole, alla maleducazione gratuita, allo sbraitare stolto, all’infinita indecenza della rete, forse del mondo.
Ho sempre vissuto nel mezzo, in quella terra di confine tra mamme e donne senza figli. Non amo le collocazioni, non mi appartengono.
Non amo le finzioni, le bugie. Non mi fido delle persone che non parlano mai male degli altri, di chi non si schiera mai, di chi non difende le proprie amicizie. Allo stesso tempo non mi piacciono le offese. Aborro la maleducazione gratuita di chi non sa leggere.
Mi hanno fatta sentire rospo così tante volte che alla fine ne ho indossato l’abito. Mi sta a pennello. Perfino alcune, cosiddette amiche, ricordavano la mia goffaggine. Non ho mai odiato, invidiato la bellezza. Non l’ho cercata, né ho capito l’essenza, in fin dei conti non mi apparteneva e io non sono appartenuta a lei. Come direbbe Bradbury ho sempre visto al di là della pelle del drago. Ho sempre difeso le donne in quanto esseri umani, non mi sono preoccupata delle loro minigonne, patate al vento, scelte sessuali. Siamo tutti un po’ puttane, e su “tutti” sono compresi anche i maschi. Non amo le esibizioni, eppure non offendo  la categorie delle miss vattelapesca. Non amo la chirurgia plastica, ma a dirla tutta CHISSENEFREGA! Non simpatizzo per le bruttarelle invidiose, né per le sciacquette con poco cervello. Sono per la generosità, la grazia, l’allegria, lo stile, la femminilità. Mi piace la moda, eppure non mi ci metto, ho visto le olimpiadi, mica sono un’atleta! Amo i profumi, i bei vestiti, i tessuti e cammino più di tutti gli sportivi messi assieme. Per me 8 chilometri equivalgono ad un giro del palazzo. Mi piacciono le persone spiritose, ironiche ed intelligenti. L’intelligenza non è sempre sposa della cultura, anzi. Le donne invidiano. Invidiano il trucco, il parrucco, le tette, la coscia, la gamba scheletrica, l’abbronzatura, il successo. Quando una donna è bella non ci penso due volte a dirle “Sei bella!”, non vedo perché dovrei provare livore nei confronti della natura. Immagino che se fossi nata con un naso piccolo, un corpicino da fata avrei, oggi, un’altra personalità. Tuttavia, come dico sempre, ho viaggiato ugualmente, ho amato e amo, ho letto parecchi libri, lavorato, purtroppo, tanto – tornerò prima o poi a fare qualcosa -, ho visto mostre, musei, strade, cascate, laghi, mari, oceani, boschi, strapiombi, film… Mi sono tuffata tra i fiori, sto imparando il linguaggio “segreto” degli insetti, insomma gli uomini amano anche le donne come me! Non invidio le donne “studiate”, le manager! Oggi, ad una settimana dal raschiamento, ho ancora mal di testa, mal di schiena e altre cosucce poche simpatiche. Siamo fatte di ormoni e fanno parte della nostra creazione! Questo dovremmo ricordare agli uomini che non comprendono le nostre ansie, cambiamenti di umore. Questo dovremmo rammentare a quei datori di lavoro, che ci chiedono, come se fossimo delle mucche: “Ha intenzione di fare figli?” Questo dovremmo raccontare alle donne che si sentono minacciate dal ruolo di “madre”. Nessuno ci impone, o dovrebbe imporre, una scelta così importante, tuttavia non mi sono MAI offesa dinanzi a frasi come: “Non sai cosa voglia dire essere madre.” “Pensi soltanto a divertirti!”. Io, a differenza della moltitudine, non mi sono classificata. Non mi offende il fertility day, sinceramente mi scandalizzano i medici, il commercio degli ovuli, il prezzo delle consulenze ed esami. Il test del Dna fetale costa 700,00/800,00 Euro. Mi scandalizzano quelle maestre d’asilo che picchiano i bambini, mi scandalizzano le madri che non difendono le proprie figlie, mi scandalizzano le madri che non scendono in piazza per tutelare la “creazione” e “l’educazione”, mi scandalizzano le donne che se ne sbattono delle altre donne. Mi scandalizza, e lo sottolineo nuovamente, la donna che odia la donna.
Per sei settimane ho pensato a mio “figlio”, speravo nascesse sano e con una testa meno “bipolare” – passatemi il termine – della mia. Non so se sarei stata una brava madre, ma di una cosa sono certa, gli avrei insegnato che l’universo femminile non è tette e rivalità.

Ringrazio:
Tutti gli “amici” di Facebook
Rossella
Silvia
Jessica
Danila
Miriam :*

Un grazie speciale per le bellissime parole (poi, vi ho trattato male e mi scuso ma ho davvero la testa altrove) Natasa (scusa per come ho scritto il nome) e Raffaella.

Ringrazio:

Errri de Luca per il suo bellissimo libro “I pesci non chiudono gli occhi”. Devo comprarmi tutti i suoi libri!!!!!
Gene Kelly perché mi rilassa vederlo ballare
Soley per la musica


Ringrazio Stefano: vivo di luce riflessa… bella io, perché bello tu (cit. Stefano ;))

lunedì 29 agosto 2016

Quando l'aria si mette a ridere...

Mi stesi sopra un argine
Dove posava addormentato Amore;
Di tra l’umide canne udii
Pianti, pianti
Allora andai verso una landa
E verso solitudine,
Verso i cardi e gli spini del deserto;
Ed essi mi narrarono
Come avvenne che furono ingannati,
Scacciati e costretti alla castità        

William Blake 


Tisbe di William Waterhouse (chiamato dagli amici Billy)


Da che mondo è mondo, i primissimi mesi di vita di un albero sono di gran lunga più insidiosi dei secoli che seguiranno. Dovete sapere che una grande quercia nasce da un minuscolo seme, che noi umani chiamiamo ghianda, e che le cinquantamila ghiande prodotte da un solo albero vengono inghiottite da bestie ingorde o risucchiate da anfratti angusti. Fu così che il signore della foresta, dal lunghissimo nome impronunciabile Zlighuogouogoulioguosuogthst, decise lì sul momento di creare le stagioni. Non vi starò a spiegare l'altezza o il peso delle chiome, né vi narrerò del complicato processo di germinazione, sappiate però che all'interno di un bosco potreste imbattervi nell'eco di spiriti vagabondi. Quando avvertite uno scricchiolio alle vostre spalle... è un albero che ridacchia, se sentite un respiro tra i capelli... è la mano legnosa di un ramo che vi accarezza. Il vento aiuta la riproduzione, per questo ci sono fiori femminili e fiori maschili. Ora, le radici degli alberi sono ben piantate a terra, e gli alberi, nonostante cantino, abbraccino e parlottino tra loro, sono obbligati a risolvere problemi piuttosto complicati, ad esempio come disperdere i semi e il polline. Ecco il motivo dell'esistenza di bacche e frutti carnosi, dall'aspetto invitante. Fu così che, da che mondo è mondo, gli amanti finirono per incontrarsi tra gelsi, sambuchi, prugnoli, noccioli... Come la deliziosa Tisbe e il coraggioso Piramo. Dovete sapere che i due furono costretti a sussurrarsi frasi d'amore attraverso la crepa di un muro che divideva le loro dimore. Parole pregne di poesia, gonfie di melodie struggenti. Un giorno i due sventurati si dettero appuntamento sotto ad un gelso, Tisbe, arrivata per prima, incontrò una leonessa dalle fauci ancora imperlate di sangue, e si sa le leonesse non scherzano, ad ogni modo l'incantevole fanciulla riuscì a sfuggire dalle grinfie dell'animale, mettendosi in salvo in una grotta. Nella fuga Tisbe perse il velo, che venne stracciato dai denti della leonessa. Quando sopraggiunse Piramo non trovò che le orme di una belva feroce e il velo insanguinato. Rapito dai più cupi pensieri, raccolse i brandelli rimasti e si avvicinò al gelso, e, come l'attore di una tragedia, estrasse il pugnale e se lo conficcò nel ventre. Nel frattempo Tisbe, tornata sul luogo dell'appuntamento, si ritrovò dinanzi ad una scena raccapricciante: lì, steso nell'erba, c'era il corpo esanime dell'amato immerso in una pozza di sangue. Macchie cremisi avevano intriso le bacche del gelso, che ora non apparivano più cristalline ma scure, quanto piccoli rubini. Tisbe, presa dalla disperazione, baciò il viso di Piramo, che per alcuni istanti aprì le palpebre per poi chiuderle per sempre. Riconobbe il proprio velo e, straziata da tanto dolore, si tolse la vita con il pugnale di Piramo. Il gelso, non potendosi muovere, era stato suo malgrado uno spettatore silente; ma in quel preciso istante il  cuore di cellulosa iniziò a pulsare e la linfa a correre svelta dalle radici alle punte dei rami. I frutti polposi della pianta si fecero sempre più scuri, per serbare la vera storia  di Piramo e Tisbe. Pochi sanno che i due riposano uniti sotto le coperte di una radura tempestata di alberi, foglie e naturalmente radici.


Non vi narrerò di come gli uccelli si cibino del frutto rosso del tasso, né vi dirò che il seme, velenosissimo, attraversa il loro stomaco senza venirne intaccato. No, vi accennerò piuttosto di alcuni spiriti che vivono nell'entroterra giapponese. Il grande Zlighuogouogoulioguosuogthst e la sua sposa Aigoolmnelngotlstoltoltggeyeee non sarebbero d'accordo,  per loro stessa ammissione non amano quando proviamo, invano, a pronunciare i loro nomi e si adirano quando si cerchi di dare un appellativo alle cose che non capiamo. Ad ogni modo, non mi fermerò dinanzi alle loro obiezioni. Che stavo dicendo? Ah sì, in Giappone, ci sono dei piccoli spiriti che dimorano tra le cortecce degli alberi, alcuni li definiscono Kami, altri li chiamano Kodama. Dal momento in cui nasce un albero il Kodama lo protegge dalla pioggia, dagli insetti e dall'affascinante, non meno pericolosa, edera. La battaglia persiste per anni, fin tanto che l'acqua non potrà più scorrere dalle foglie alle radici e l'albero smetterà di respirare per sempre. Gli spiriti delle foreste però hanno in serbo altre sorprese, e dal legno decomposto nascerà un tappeto di spore, muschio e ancora felci.
Il tempo non muore mai... il cerchio non si chiude...


Eugenio Recuenco

Quando i boschi verdi di gioia ridono,
E corrugandosi il ruscello
Li accompagna colle sue risa;
Quando l’aria si mette a ridere
Col nostro spirito folletto,
E ride di quel chiasso il verde colle;

Quando di vivo verde
I prati ridono e la cavalletta
Ride in mezzo a quell’allegria,
Quando Susanna, Emilia e la Mari’
Colle loro dolci brocche rotonde
Cantano “Ah ah hi”.

Quando gli uccelli coloriti
Nell’ombra ridono,
E la nostra tavola è sparsa
Di ciliegie e noci,
Vieni a vivere, e sii gaio, e uniti
Cantiamo in dolce coro “Ah ah hi”!


William Blake

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A Stefano.

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